Livinallongo e La Grande Guerra

Agordino Dolomiti

SUNTO DELLE VICENDE BELLICHE

Livinallongo, in quanto parte del Tirolo (e quindi dell’Impero Austro-Ungarico), entrò nella Grande Guerra un anno prima del Regno d’Italia; a partire dal 31 Luglio 1914 infatti anche i Fodomi contribuirono, come tutti i tirolesi, a rimpolpare le fila dell’esercito austro-ungarico impegnato nel fronte balcanico contro la Serbia, pagandone il loro tributo di sangue.

A partire dalla dichiarazione di guerra del Regno d’Italia (24 Maggio 1915), la Prima Guerra Mondiale instaurò nelle Dolomiti Meridionali uno dei più sanguinosi fronti dell’intero conflitto tra gli eserciti del Regno d’Italia e dell’Impero Austro-Ungarico; le due milizie si contendevano il controllo della zona combattendo aspramente ed in condizioni proibitive lungo una linea che si estendeva dalla Marmolada al Lagazuoi (la cosiddetta “Linea Gialla”), passando per Mesola, il Padon, Foppa, Col di Roda, Sief, Col di Lana, Setsass e il Sass de Stria. A partire dalla fine del Maggio 1915, le truppe dell’esercito italiano aggredirono la parte meridionale della regione del Tirolo (il Welschtirol) partendo da Caprile ed occupando Colle Santa Lucia (denominato al tempo Puchberg o Wersil), la zona del Monte Pore, Larzonei, Andraz, Collaz, Foram, Salesei e Pieve (ovvero Buchenstein, l’attuale Livinallongo del Col di Lana). Il comando austriaco a Livinallongo ordinò l’immediata evacuazione dell’area e provvedette allo spostamento del monumento dedicato all’eroina locale Kathatrina Lanz presso il cimitero di Corvara. La popolazione austriaca sul territorio ormai occupato dalle truppe italiane riparò invece a Colle Santa Lucia o fu spostata forzatamente in altre regioni italiane.

La risposta austriaca all’aggressione non si fece attendere; dal forte de La Corte, le truppe asburgiche bombardarono la parte occupata massicciamente (Pieve venne bombardata dal 17 agosto del 1915 e ridotta ad un cumulo di macerie in un mese). Nelle fasi successive del conflitto, il forte venne abbandonato e la linea si spostò sul Col di Lana dove si combattè aspramente per mesi, in maniera talmente sanguinosa da non trovare raffronto negli altri fronti dolomitici; l’immensa detonazione del rilievo ad opera degli artificieri italiani (17 aprile 1916) che ancora squarcia la cima del Col di Lana decimò le truppe austriache (si parla di centinaia di morti) e permise alle truppe italiane di catturare moltissimi prigionieri di guerra. Ogni sforzo aggressivo da parte italiana fu comunque vanificato da Caporetto (ottobre 1917), quando la linea bellica fu spostata più a sud e le Dolomiti lasciate all’Austro-Ungheria.

Accanto alle vicende legate alla guerra prettamente “combattuta” è doverosa una menzione alle angherie del tempo di guerra che furono costrette a patire le popolazioni civili; nel caso di Livinallongo, alle “normali” atrocità che ogni conflitto porta con sè si aggiunsero fattori che resero ancora più drammatica la situazione e che segnarono profondamente le genti ladine della Valle di Fodom.

Quando il 7 Luglio 1915 le truppe regie iniziarono ad aggredire Livinallongo da sud (ed a bombardare la zona), i Fodomi si mostrarono, com’è comprensibile, restii ad abbandonare la propria valle malgrado gli appelli per tempo delle autorità austroungariche, tant’è che molti di loro si trovarono di punto in bianco sulla caldissima linea del fronte italiano-austroungarico avendo ritardato l’evacuazione fino all’ultimo momento.

Chi potè fu evacuato velocemente dai soldati austriaci e spedito a piedi o in treno nel cuore del territorio austriaco; l’avanzata italiana impedì invece agli abitanti della parte meridionale della valle di Fodom di riparare in partia (ovvero in Tirolo); queste persone furono condotte quindi in territorio italiano come profughi di guerra, e distribuiti sulla Penisola. Alla già drammatica situazione dovuta alla guerra si aggiunse quindi l’esodo dei Fodomi, divisi in due nazioni nemiche fra loro, ed ulteriormente divisi in gruppi nei paesi di destinazione e sottoposti a costante sorveglianza per individuare potenziali spie tra loro. La partenza frettolosa, la guerra e la mancanza di organizzazione fecero si che quest’esodo fosse disseminato di morti per fame e malattie: i più deboli dovettero presto soccombere alle fatiche di una vera e propria deportazione, sia in territorio austriaco che in quello italiano.

I Fodomi, separati dalla guerra, dovettero presto affrontare i problemi derivanti dall’essere profughi sia nella Madrepatria che in Italia; l’intolleranza per i nuovi arrivati si fece particolarmente drammatica nel 1917, quando la terribile carenza alimentare spinse le comunità a chiudersi in sè stesse ed ad individuare nel diverso, nello straniero, un pericolo. Nonostante i tanti momenti bui e la difficoltà di integrarsi in un ambiente completamente diverso (i Fodomi, anche se tirolesi, non parlavano infatti il tedesco, lingua ufficiale dell’Impero, ma il ladino, a base latina e molto simile all’italiano, e dovettero quindi provvedere ad apprendere velocemente il tedesco), i profughi Fodomi ricevettero fortunatamente anche un grande aiuto da parte delle popolazioni ospitanti sia in Italia che in Austro-Ungheria; si tratta di splendidi esempi di umanità che aiutano a comprendere come la guerra sia una sventura per entrambe le parti in gioco ed uno strumento di risoluzione delle dispute assolutamente da evitare e da condannare.

A partire dalla fine del conflitto, gli esuli Fodom iniziarono a far ritorno a Livinallongo ed iniziarono pazientemente a ricostruire quanto era stato distrutto, ovvero la quasi totalità della Valle di Fodom; la ricostruzione fu sovvenzionata dal Governo Italiano e dal Consorzio Trentino dei comuni “conquistati” o “liberati”. Livinallongo venne ufficialmente annessa alla Provincia di Belluno a partire dal Trattato di San Germano (1923); con decreto mussoliniano, al toponimo della località venne affiancato “del Col di Lana” nel 1933, scelta confermata dalla popolazione di Fodom col referendum del 1983.

Ancora oggi, cimiteri e monumenti alla memoria, spaventosamente imponenti e freddi, ricordano le migliaia di vittime della Grande Guerra: inizialmente costituiti come necropoli improvvisate in tempo di guerra (Pian di Salesei, Andraz, Col di Roda, Val Parola, Passo Pordoi), sono divenuti veri e propri simboli della follia della guerra. Nel 1938 fu edificato il Sacrario di Pian di Salesei che contiene i resti di circa 5000 caduti ignoti, 700 noti e 19 soldati austriaci; nel 1935 fu costruita la Cappella del Col di Lana in onore dei caduti italiani; la piazza di Pieve custodisce un monumento con i 135 nomi dei caduti originari di Livinallongo. Ciclicamente si tengono celebrazioni e commemorazioni per i caduti di entrambe le nazioni, Italia ed Austria, col solo scopo di festeggiare la ritrovata pace e promuovere l’amicizia tra le genti delle Dolomiti e del mondo.

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